Glam geek

A chi non è capitato di fare il classico acquisto inutile? Quello di cui ci si pente quando la cassiera sta già strisciando la carta di credito. E che, poi, non si sa mai dove piazzarlo.
Be’, io sono una specialista dello shopping compulsivo-e-superfluo: una borsa gialla di pelo (magari, da usare come cappello?), una macchina per il fumo (magari, alle feste?), un trapano professionale che non riesco nemmeno a sollevare (magari, volessi mai rivoluzionare la distribuzione dei quadri?), una palestra da casa nonostante l’abbonamento in un fitness center a due passi dal mio appartamento (magari, non riuscissi a rinnovarlo?)…
Per fortuna, non sono gelosa. Non di quelle cose lì. Però, l’idea di liberarmene completamente… no, non ce la faccio.

La svolta è arrivata con LocLoc, il primo portale di noleggio tra privati made in Italy.

Pensato e voluto da una designer, Michela Nosé, che durante le sue tante trasferte all’estero ha assaggiato il renter pensiero e il consumo on demand collaborativo, è una vetrina online dove mettere in affitto (e affittare) qualunque cosa riteniate opportuno. In totale sicurezza.
Inaugurato nemmeno quattro mesi fa, LocLoc ha già formato una tribù di quasi 3.400 iscritti. «Che sia una medicina imposta dalla crisi che continua a svuotare i portafogli, che sia una strategia per limitare le rinunce e insieme guadagnare qualcosa, sta di fatto che piace. Per fortuna», dice Michela. «E contribuisce a diffondere una nuova etica del possesso».
Ecco dieci motivi per entrare nel club dei renter di LocLoc.

  1. Non lo sapete, ma Forbes l’ha calcolato per voi: avete in casa un “tesoretto” di circa 3.000 euro di cose di cui non vi fate proprio niente. Perché non metterlo a frutto da subito e liberare un po’ di spazio?
  2. Potete dare a noleggio (o noleggiare) anche case di vacanza o simili. Va bene che Airbnb resta il sito per eccellenza, ma è provato: si parte da un trapano o da un passeggino per poi affittare una villetta in Toscana.
  3. L’iscrizione è gratuita, l’accesso al sito passa da Facebook. Così, magari, scoprite che qualche contatto è già membro della community. Il che vi tranquillizza, vero?
  4. Tutti le cose che mettete a disposizione sono garantite da una copertura assicurativa offerta da LocLoc. E anche da un sistema di feedback che permette di valutare sia l’oggetto affittato sia chi lo affitta. Un po’ come eBay, per intenderci.
  5. Portate a casa un passeggino con 20 euro al mese, una sauna viso con 6 euro al giorno e una macchina per popcorn con 10,80 euro. Sono solo alcuni esempi: potete scegliere fra 10 categorie merceologiche: auto – moto – trasporti, accessori auto, brico, eventi e feste, high tech, tempo libero, lusso, accessori casa, salute e bellezza, appartamenti, abbigliamento e mondo bambino.
  6. I renter stabiliscono in tutta libertà le tariffe degli oggetti da proporre su LocLoc (che si prende una commissione del 20 per cento).
  7. I renter comunicano direttamente tra loro con un sistema di messaggistica interno al sito, e si accordano sui tempi e sui modi di restituzione.
  8. Sulla piattaforma si trovano anche operatori professionali e specializzati, non solo privati.
  9. Avete mai pensato di affittare ciò che desiderate comprare, prima di comprarlo (per testarlo)?
  10. A settembre noleggerete dallo smartphone, grazie alla versione mobile di LocLoc.

Categorie: Hi-newsMeno male che ci sei

Ogni volta che parto per le ferie estive, preparo almeno tre trousse: quella dei trucchi, quella delle creme doposole (mi scotto sempre come un pollo sulla graticola) e quella dei cavi. Sì, i cavi dei caricabatteria di tutti i device che non riesco a fare a meno di portarmi dietro: lo smartphone n°1 e lo smartohone n°2, il portatile, il tablet, la reflex, il lettore Mp3 e pure la miniconsole. Che poi si aggrovigliano irrimediabilmente tra loro nell’astuccio e vi sfido a sgrovigliarli in tempi brevi.

Quest’anno, però, posso ridurre al minimo la quantità di fili e cavetti da trascinarmi in vacanza. Mi basta Halo Pocket Power, il minicaricabatterie universale per ricaricare ovunque il bendidio di dispositivi mobile ed elettronici da cui non mi separo nemmeno sul bagnasciuga.

Quando l’ho visto ho dedotto fosse un rossetto. Lo confesso: ho anche considerato l’ipotesi che si trattasse di un assorbente interno più à la page del solito. Poi, però, è bastato prenderlo in mano per escludere entrambe le ipotesi: pesa 73 grammi, poco più di uno Zippo.
È comunque a misura di tasche da hot pants.
Così, me lo porto in spiaggia (ma non solo) e lo collego a qualunque device si trovi in emergenza low battery: ha diversi adattatori usb in dotazione. Certo, devo ricordarmeli!
Quando me li ricordo, mi dimentico il cellulare o il notebook attaccato al minicaricatore? Poco male: si spegne automaticamente a ricarica completata, evitando di mandare a ramengo le batterie.

Un’altra cosa che rischio di scordarmi è di ricaricare lo stesso Halo Pocket Power. Ci impiega circa sei ore, a seconda della fonte di alimentazione: CA con ingresso usb a 5V o computer (sempre che quest’ultimo non sia ko, ovviamente) .

Tra i tanti colori e fantasie disponibili, mi sono innamorata del modello maculato.

So che lo desiderate anche voi. Dunque, recuperate l’agenda e sulla pagina dell’11 luglio scarabocchiate: Halo Pocket Power in vendita esclusiva su QVC.
P.s. Quanto vi costerà? Meno di 25 euro.

Categorie: Meno male che ci sei

Ha 28 anni, è tra i 400 miliardari elencati da Forbes, è stato cofondatore di Facebook. Da poco ha lanciato Asana (parola in sanscrito che indica le posizioni dello yoga che purificano i canali energetici degli individui), e cioè un software che sta letteralmente rivoluzionando il modo di condividere le informazioni nei gruppi di lavoro: ciascuno vede in tempo reale cosa fanno gli altri, può porre loro domande, lasciare commenti, proporre soluzioni… Massima trasparenza e gli scambi di e-mail diventano preistoria. Ma non solo. Con la fidanzata, Cari Tuna, ex giornalista del Wall Street Journal, Dustin Moskovitz ha fondato Good Ventures, una società no profit che ha come ragione sociale la beneficenza.
Ho chiesto a tre tecnovisionari e alle mie colleghe più lungimiranti cosa possiamo copiare e imparare da lui:

1. RICCARDO DONADON (@rdonadon)
Ha creato H-Farm, il primo venture incubator privato italiano che ha l’obiettivo di trasformare idee innovative in investimenti di successo.
Dustin ha compreso le chance dei good business
«Sentirsi in dovere di condividere una parte del successo ottenuto, di restituire qualcosa al proprio Paese. È tipico della cultura americana, ma i grandi imprenditori che alla fine lo fanno non sono poi così tanti. Moskovitz è uno di loro. Non solo. Si è reso conto che i good business del terzo settore sono ricchi di opportunità. Come a dire che la beneficienza è una fonte di guadagno. E di posti di lavoro».
Dustin ha colto un bisogno
«Fama e tanti soldi a 28 anni possono azzerare gli stimoli e toglierti ogni motivazione, possono convincerti che nella vita sia più che sufficiente fare il mecenate. Ma Moskovitz è rimasto così innamorato delle mille occasioni che ci sono dietro l’angolo, che non ha mollato la presa. Anzi, si è guardato intorno e ha colto un bisogno degli utenti del web, forse quello più grande in questo momento. Poi, ha lavorato giorno e notte per soddisfarlo».

2. OTTAVIO NAVA (@ottavionava)
È cofondatore e managing partner di We Are Social, conversation agency che combina social web e digital marketing.
Dustin ha lasciato (Facebook) al momento giusto
«Non deve essere facile abbandonare un’azienda mainstream, come Facebook. Tirarsi fuori e mollare un posto d’oro non è da tutti: ci vuole coraggio. Eppure. Moskovitz ha compreso (e accettato) che era arrivato il momento di fare un passo indietro, che il suo ruolo non aveva più senso di fronte alla crescita esponenziale di Fb. Lui era il programmatore principale dell’impresa: in pratica, quello che non doveva far cadere i server. Più i numeri del sito giravano verso l’alto, più l’impresa diventava impossibile».
Dustin ha una vision molto chiara
«“Farò al mondo del lavoro quello che Fb ha rappresentato nella vita sociale di tutti noi”. Con queste parole Moskovitz ha presentato Asana, il suo piano B. Così ha dimostrato di aver davvero capitalizzato l’esperienza accanto a Mark Zuckerber e di avere ben chiari i suoi nuovi obiettivi, il suo futuro».

3. DANILO MASOTTI (@umarells)
Blogger de ilfattoquotidiano.it e consulente web 2.0.
Dustin si chiede: “e adesso, con tutti questi soldi”?
«Non è obbligato. E, magari, lo fa soltanto per espiare la colpa della sua ricchezza. Sta di fatto che si pone il problema di come aiutare gli altri con la paccata di denaro che si ritrova».
Dustin vola alto
«Mentre in Italia migliaia di di giovani laureati perdono tempo a lavorare gratis (chi se lo può permettere) nella speranza di essere assunti e successivamente adagiarsi, negli USA c’è gente come Moskovitz che punta sempre più su».

4. LA REDAZIONE DI GLAMOUR (@Glamouritalia)
Dustin è concreto (e, a modo suo, si accontenta)
«È un luogo comune, ma è molto vero: della ricchezza non si è mai sazi. Moskovitz, invece, è incredibilmente convinto che per vivere non serva accumulare ogni giorno sempre di più: a lui basta l’un per cento di Facebook (che – come ha dichiarato in una recente intervista – è comunque una cifra enorme). Il suo profile più low degli altri (appartamento e non supervilla a San Francisco, la biciletta come mezzo di trasporto e uno stipendio in linea con quello dei suoi dipendenti e collaboratori) è un esempio di realismo e di pragmatismo».
Dustin ha un modello a cui potersi ispirare
«Moskovitz ha un mito interessante. No, non il più prevedibile Steve Jobs, il padre della Apple. Bensì il meno popolare Bill Gates, il fondatore di Microsoft. Tra l’altro, con lui si sta impegnando a salvare le università americane dalla crisi in cui sono precipitate, tra i debiti degli studenti e i tagli di governo».

Categorie: Social Life

Vi si rompe la lavatrice a Milano in piena estate. Chiedete aiuto a destra e a manca, persino sui social, ovvio. Vi arrivano preventivi che annullano in un sol colpo la misera abbronzatura conquistata nei weekend fuori porta. Continuate a girare come trottole per la città, finché  – miracolo – non vi imbattete in un negozietto di Porta Ticinese che vi risolve il problema con appena 1-9-e-u-r-o. La maggior parte di noi, penserebbe comunque: «Sì, però, che sfiga!». La coppia Carlo Crudele e Alice Cimini, invece, ha pensato: «Perché non inventiamo una knowmunity?».

«È come se entrambi ci fossimo improvvisamente resi conto che tutta l’informazione a disposizione su Internet vale zero, se non è filtrata in base a ciò che ci interessa», mi spiega lei. «Se qualcuno ci avesse suggerito subito la piccola bottega in zona Navigli non avremmo perso tempo (e l’abbronzatura, ndr). Perché ci vuole tempo a orientarsi nel mare magnum della rete».
Allora, davanti alla lavatrice funzionante, vi siete detti: «Facciamo qualcosa».
«Ci siamo detti: Non facciamo l’ennesimo social network. Bensì, un sito-spazzola».
Tanto per restare in tema di elettrodomestici…
«Sì, un sito che faccia pulizia delle info superflue, quelle di cui non frega nulla al singolo utente. E che gli presenti soltanto documenti, foto, video, link… realmente attinenti ai suoi interessi e alle sue passioni. Una knowmunity, appunto, per condividere conoscenza mirata».
E così è nato Twoorty, online esattamente da un anno: auguri! Ma come riesce a conoscere gli interessi e le passioni di chi lo usa?
«Quando ci si va la prima volta, bisogna registrarsi inserendo i propri dati personali e, soprattutto, gli ambiti che attraggono di più: si selezionano da una griglia di ricerca. A quel punto, si apre una bacheca, completamente personalizzata e completamente personalizzabile, piena zeppa di contenuti in linea con le preferenze espresse in fase di iscrizione».
Da dove arrivano questi contenuti?
«Le fonti sono tante: gli articoli online, Wikipedia… Ecco, non ancora Facebook and co., ma ci stiamo lavorando».
E cosa ci si può fare, con questi contenuti?
«Commentarli, condividerli in e out Twoorty, votarli…».
Mmm… bacheca, commenti, pseudo Like… Perché sento comunque la puzza di social?
«L’unico elemento social(izzante) è che si possono conoscere persone con interessi simili. Come a dire che è la passione comune a creare il contatto, non un amico comune».
E nemmeno le foto delle vacanze!
«Diciamo che su Twoorty si guarda maggiormente alla sostanza. E chiunque può caricare contenuti di vario genere, diventare una fonte».
Farà la gioia dei blogger…
«Twoorty è una vera e propria vetrina per loro, che garantisce un ritorno in termini di visibilità. Ma non solo per i blogger. C’è chi ha trovato dei soci qui, potendo verificare le reali competenze degli utenti. E chi lo sfrutta per promuovere i propri talenti e farsi conoscere da una platea che potenzialmente parla la stessa lingua».
In aggiunta, niente spam: una pacchia, anzi, un sogno!
In questo primo anno di vita di Twoorty, quali sono stati gli interessi più gettonati?

«Letteratura e tecnologia. Alcune discussioni nate attorno a questi argomenti sono dei capolavori».
Quanti Twoorter avete già creato?
«Novemila e passa».
Esuli da Facebook?
«Indubbiamente, gli internauti sono stufi di vedersi la bacheca intasata dagli scatti dell’ex o dagli status sul tempo meteorologico. Però, sia chiaro: Twoorty non è un’alternativa a Fb, ma una piattaforma più settoriale».
A quando la versione app per smartphone?
«A breve rilasceremo una nuova release, che permetterà di cercare tag e interessi ancora più granulari e, così, di avere informazioni superprecise. Poi, metteremo a disposizione diversi strumenti di coworking digitale. Solamente dopo tutto questo,  arriverà l’applicazione di Twoorty».
We stay tuned!
Lavatrice illuminante a parte, perché vi siete buttati nel mondo incerto delle start up?

«Carlo si occupa di web da sempre. Io ho lavorato nella pubblicità per dieci anni e, quando la crisi ha colpito anche me, ho cercato di trasformarla in opportunità. Sembra una bella frase fatta, ma è andata davvero in questo modo. Abbiamo compreso un bisogno. E stiamo provando a soddisfarlo».

Categorie: Meno male che ci sei

C’è ancora qualcuna di voi che instagramma le sue foto solamente per il piacere di farlo, senza controllare ossessivamente quanti like totalizzano, senza sperare di entrare almeno una volta nella schermata-Olimpo degli scatti più apprezzati? Siate sincere!
Tanto, comunque, c’è un modo per disintossicarvi, per liberarvi di questa ennesima social addiction. Si chiama Rando.

COSA FA (RIGOROSAMENTE IN UN TWEET) #Rando è un’#app per condividere foto con #perfettisconosciuti (e rimanere tali). Senza possibilità di aggiungere #like, #commenti, #hashtag, #didascalie…
IN SOLDONI, COME FUNZIONA Immaginatevela come una Chatroulette delle immagini, che permette connessioni anonime tra due utenti casuali. Una volta scaricata sullo smartphone, dovete registrarvi – udite, udite – senza potervi appoggiare a Facebook Connect o simili. Basta inserire l’indirizzo e-mail e la password (minimo di sei lettere), e attendere il solito messaggio di conferma. A quel punto, scattate un frammento della vostra quotidianità e inviatelo con un semplice tocco sul display nel Rando-spazio. Poi, attendente in cambio un altro frame fotografico proveniente da chissà chi. Scordatevi di risalire all’identità della persona che ve l’ha spedito (e, di conseguenza, di chiederle l’amicizia): l’unica info a disposizione è quella riguardante il luogo in cui è stato realizzato. Scordatevi di condividere sia l’istantanea in uscita sia l’istantanea in entrata sui social network che bazzicate. Scordatevi di likeare, commentare, hashtaggare, followare… Scordatevi di sapere dove finiscono i vostri scatti. 
Insomma, prendete Rando per quello che è: un gioco. E anche un esperimento: potrebbe servire a capire se piacciono i tool che non concedono feedback, che riducono al minimo l’interazione, che sono antisocial.
LA FIGATA N°1 Ogni foto “Randizzata” ha la forma di un disco, di un oblò. Richiama il concetto del buco della serratura, attraverso cui dare una sbirciata alle vite degli altri.
LA FIGATA N°2 Rando dà la sensazione di fare un regalo, di donare un angolo del proprio mondo a qualcuno altrove. O di lanciare un messaggio in bottiglia.
LA FIGATA N°3 Potete spedire una foto banale (tipo quella dei vostri piedi sulla sabbia) e riceverne una fichissima, che – in base alla vostra cerchia di contatti – mai ricevereste. Che so, per quanto mi riguarda, un tramonto rubato da una piccola casa a Cuba o un panorama della parte più profonda della Russia.
LA SFIGATA N°1 Non è possibile effettare le foto direttamente dall’app.
LA SFIGATA N°2 Senza una community ben nutrita, è difficile che il tool funzioni alla perfezione.
LA SFIGATA N°3 Il rischio che Rando condivida lo stesso destino hot di Chatroulette è dietro l’angolo: non mi stupisce che qualcuno possa usare l’applicazione per condividere scatti osé o, addirittura, pornografici. Anche se è previsto un sistema di automoderazione che, almeno per ora, sembra arginare il fenomeno.

COSTO Sia per i melafonini sia per gli smartphone con sistema operativo Andorid Rando è gratuita.

Categorie: What'(s) App

Toh, dopo Facebook è toccato a Twitter perdere il favore degli utenti. C’è chi è più annoiato e chi meno. C’è chi è più stanco e chi meno. Sta di fatto che la fuga dal mondo-in-140-caratteri è iniziata. Un social esodo quotidiano, lento ma inesorabile, come confermano i dati diffusi durante State of the Net 2013, la conferenza sulle condizioni di salute della rete in Italia.
A darsi alla macchia sono i tweep più diversi. Ma, ovvio, fanno notizia solamente le celebs che scappano dall’inferno dei cinguettii. Magari, dopo ripetuti dentro e fuori. Magari, dopo alcune gaffe e qualche insulto tutt’altro che velato. Magari, dopo che passa la voglia di avere un’opinione su tutto e di commentare tutto.
Sì, perché su Twitter o sei superattivo e ci stai secondo i social crismi o è meglio levare le tende.
E, allora, ecco i motivi per cui è bene tagliare la testa al toro e lasciare la community azzurra, senza troppi problemi e rimorsi.

1. Per incoerenza
Ogni volta che si va sul discorso social network, siete quelli che: sì, va bene esserci, ma non troppo. Voi – così dite – prendete Twitter a piccole dosi, postate con moderazione e morigeratezza, perché è meglio il contatto vero, fisico. 
Poi, però, si va sul vostro account e si contano tre o quattro cinguettii ogni 30 minuti. Altro che addiction!
Suvvia, siate coerenti!
Fate come Michelle Hunzinker Ha dato l’addio al microblogging per essere, appunto, coerente, con la disciplina imposta alla figlia adolescente, alla quale permette solo un’ora al giorno di Facebook and co., per fare in modo che la vita virtuale non prenda il posto di quella vera.

2. Perché attirate gli insulti come il miele attira le api
Invece della faccia da schiaffi, avete l’account da schiaffi. Non si sa come (o forse si sa, ma non si dice), sta di fatto che la vostra bacheca si intasa di offese e di post volgari.
Fate come Enrico Mentana e gli One Direction Sia il giornalista sia la boy band non ha retto ai messaggi provocatori, irritanti e nonsense di troll e perditempo della rete. E, allora, via da Twitter. Magari, verso nuovi social.

3. Perché non vi retweetta nemmeno la vostra migliore amica
C’è poco da dire: non vi si fila. Piuttosto che social emarginati, meglio social volatilizzati.
Fate come Nicole Minetti La prima volta che l’ex consigliera regionale della Lombardia, coinvolta nello scandalo sui festini dell’ex premier Silvio Berlusconi, ha mollato Twitter aveva appena 14mila followers: forse, un po’ pochini per essere una cinguettatrice incallita?
P.s. Certo, i motivi della sua sparizione dal web potrebbero essere anche mille altri.

4. Perché non avete un ghost writer
Purtroppo per lui, non ce l’aveva nemmeno Ashton Kutcher. Pioniere di Twitter, vincitore della sfida contro la CNN per numero di followers, ha messo un piede in fallo quando ha postato 140 caratteri (incauti) in difesa dell’allenatore delle squadre di football della Pennsylvania State University, Joe Paterno, nei guai per pedofilia. L’ex di Demi Moore ha provato a rimediare dichiarando di voler chiudere l’account. In realtà ha preso solo del tempo per maturare la decisione di affidare la gestione del suo profilo a una media company. E, così, non lasciare insoddisfatti i suoi oltre 14 milioni di fans.
Fate come Ashton Kutcher Piuttosto che ridurvi orfani dell’uccellino, trovate un ghost writer che cinguetti per voi. Con criterio, intelligenza e ironia, s’intende. La spontaneità viene meno? Amen.

5. Perché cominciano a scambiarvi per opinion leader
Magari, emerge dai vostri tweet che siete esperti di un settore o di una materia. Buon per voi! Però, attenzione: questo significa che ogni post potrebbe diventare oggetto di notizie, di discussioni, persino di articoli. Siete pronti a gestire il peso della responsabilità?
Fate come Alec Baldwin e Lily Allen L’attore e la cantante, evidentemente, non erano pronti. Allora, ciao ciao Twitter. E senza nemmeno prendersi la briga di cancellare l’account.

6. Perché non riuscite proprio a lasciare il lavoro fuori dai vostri tweet
Se su Facebook sembrate più cauti, su Twitter proprio no: vi sbragate. Perché nella vostra testa passa il messaggio (sbagliatissimo!) che, alla fine, sono peggio gli amici dei follower. Risultato: avete sviluppato la capacità di sputtanare capi e colleghi in una manciata di caratteri.
Fate come James Franco Alla fine, ha realizzato che criticare il suo impresario via social network non era una mossa poi così furba. E, infatti, l’agente l’ha piantato in asso. E James ha iniziato a digitare solamente post di promozione professionale.

7. Per beneficienza
Era il 2010 quando Alicia Keys lanciò il Digital Life Sacrifice: invitò le tweetstar a stoppare i loro profili social fino a quando l’associazione Keep a Child Alive non avesse raccolto un milione di dollari.
Fate come lei e Lady Gaga, Justin Timberlake, Usher, Serena Williams… Ognuno aderì con entusiasmo all’iniziativa. Ce ne fosse in programma un’altra, perché non partecipare?

8.  Perché tornare ha sempre il suo fascino
Cancellarsi (con tanto di autonecrologio in 140 caratteri). Per poi resuscitare. Magari in occasione di un evento particolare. E iniziare una nuova second social life tanto da sembrare un altro tweep.
Fate come Myley Cyrus, Fiorello, Courtney Love, Kanye West, Sinead O’Connor… Loro sono veri esperti del tira e molla, del fuori e dentro da Twitter. Un mese ci sono, il mese dopo no, il mese dopo ancora ricompaiono magicamente. E l’apparizione è strategica: per annunciare le date del tour o l’arrivo imminente del nuovo album, per condividere con il mondo la gioia di una relazione fresca fresca, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa: tipo spararla grossa sulla figlia (vedi l’ex moglie del leader dei Nirvana Kurt Cabain) e puff: smaterializzarsi per l’ennesima volta.

Categorie: Hi-newsSocial Life

È ufficiale: mi sto “polaroizzando”. Qualunque device mi permetta di provare l’ebbrezza del rullino diventa il mio giocattolo preferito in tempo zero. E penso lo si possa capire anche dai post più recenti.

L’ultima scoperta si chiama Instant Lab. Si tratta di una stampante che trasforma l’iPhone nella classicissima SX-70. Ecco come: acquisisce lo scatto direttamente dal display dello smartphone per poi impressionarlo sulle cartucce autosviluppanti. E, così, il digitale si coverte magicamente all’analogico (e non viceversa).

L’idea geniale è di tre appassionati di fotografia che, incuranti del successo delle compatte, nel 2008, salvano l’ultimo impianto di produzione di pellicole Polaroid riportandolo in funzione. Per poi battezzare la loro azienda Impossible. E, in effetti, io me li immagino come degli Ethan Hunt-Tom Cruise che tentano il tutto e per tutto per evitare l’estinzione delle macchine d’epoca, delle immagini-ricordo rigorosamente squadrate e dai colori tenui.
Con Instant Lab la loro missione è in buona parte praticamente già superata. Sì, perché unisce l’appeal delle vecchie istantanee all’editing più spinto delle applicazioni, a cui non si può più rinunciare: si realizza la foto con il melafonino, la si “effetta” con la marea di filtri presenti su Instagram and co., la si condivide (guai a non farlo!) e, alla fine, la si printa.

Categorie: Yes, gadget

Sono una cultrice dello scatto inutile ma necessario per condividere-taggare-sentirmipartedellacommunity. Lo smartphone è diventato la mia compatta. Ho sostituito gli album fotografici di plastica con Instagram. Ho lasciato seccare le cartucce della stampante acquistata proprio per printare le istantanee. Ma alle toy cam non resisto. Quei giocattolini che sanno tanto di vecchie Polaroid mi colpiscono dritto al cuore. Con loro è sempre amore a prima vista.

L’ultimo colpo di fulmine è scoccato tra me e la Instax mini 8 di Fujifilm. È una macchinetta che sembra progettata da Barbie-designer. E non da Barbie-reporter, perché in quel caso forse avrebbe avuto funzioni più professionali (e meno automatiche). Invece, l’ottica è fissa (tradotto: non è consentito zoomare), l’otturatore è bloccato a 1/60 secondo e l’unica cosa regolabile è l’apertura del diaframma. In altre parole, le foto si rivelano un terno al lotto, le istantanee buie o sovraesposte vanno messe in conto, i colori fedeli be’… quelli non sono certo assicurati.
Ma sapete che c’è? Chissenefrega! Sì, chissenefrega! Perché l’appeal della Instax mini 8 non sta nella qualità (discreta) dei suoi scatti, bensì nel sapore di passato che emanano quando vengono sputati fuori dal corpo macchina tondeggiante. Piccole immagini di 62×46 mm, come una carta di credito per capirci. Appaiono dall’alto e dopo una decina di minuti sono già sviluppate. È proprio in quel lasso di tempo che si prova di nuovo un’ebbrezza che pareva perduta per sempre. E, allora, se pure dovesse uscire un controluce che sarebbe da buttare via perché nemmeno l’editing più spinto lo potrebbe salvare, la soddisfazione e il sorriso ebete spuntano anche a chi di solito storce il naso di fronte a immagini poco precise e per nulla dettagliate.
Resta uno sfizio fotografico. Da appendere sul frigorifero. Da usare come biglietto augurale o come segnalibro. E, ogni volta che lo si guarda, la voglia di scattare senza pensare diventa irrefrenabile. Un po’ come fanno i lomografi e cioè i fedeli ai 35 millimetri, ai colori saturi, ai giochi della doppia esposizione e alle immagini che da casuali diventano quasi arte.

Se state iniziando a innamorarvi della Instax mini 8, il suo prezzo vi conquisterà definitivamente: 89 euro. Le pellicole da dieci scatti costano una decina di euro e si trovano praticamente ovunque.

Categorie: Meno male che ci seiYes, gadget

L’idea Spingere le persone a liberarsi di una verità scomoda, che toglie il sonno. A vuotare il sacco, in forma anonima, per sentirsi più leggere. A sfogarsi, per ammettere le proprie follie.
Lo svolgimento – prima parte Frank Warren capisce che è proprio questa la sua missione, che è proprio questo il senso della sua esistenza. Comincia a distribuire in modo casuale qualche centinaio di cartoline nello stato di Washington: ognuna ha il suo indirizzo stampato e uno spazio dove scrivere una confessione. Il postino recapita a casa Warren più di 500 mila postcards, provenienti da tutto il mondo.
Lo svolgimento – seconda parte “Mister Segreti” si domanda che senso abbia lasciare la collezione di confidenze a prendere polvere nelle stanze della sua abitazione. Decide di metterla in rete, in un blog che si colloca subito a metà strada tra terapia di gruppo ed esercizi di creatività: PostSecret. Zero stringhe per commenti, apprezzamenti o critiche. Nessuna registrazione. Solo microstorie da leggere: tristi, divertenti, malinconiche, amare, vendicative… per poi rifletterci su.
La promessa Come dice Frank Warren: «You will find your answers in the secrets of strangers».
L’epilogo La community è cresciuta, giorno dopo giorno, sorretta dai tanti utenti che vogliono disfarsi di un segreto. O anche solo di un pensiero scomodo. Centinaia di postsecreter accorrono agli eventi organizzati dal blog, per vedere da vicino persone di cui conoscono informazioni riservate ma non il volto.
La speranza Arriverà presto la versione italiana di PostSecret?
Le coordinate www.postsecret.com

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Se in questi giorni la pizzicate sulla Croisette con lo sguardo concentrato sull’iPhone e le dita che sfrecciano sul touch, sappiate che Julianne Moore sta controllando ossessivamente il suo apporto calorico. La bellissima attrice premio Oscar, a Cannes per The English Teacher, sfrutta i momenti di pausa e di attesa per consultare Calorie Counter & Diet Tracker: è un tool gratuito che le ha consigliato un make-up artist di Vancouver per tenere traccia di quello che mangia e di quanto esercizio fisico fa, specie tra un party e l’altro del Festival.
Non è la sola applicazione che la Moore ha scaricato sul suo smartphone. Tra le 850 mila che si trovano ora sull’iTunes Store (per un totole di 50 miliardi di app downloadate, incredibile traguardo appena raggiunto in casa Apple), ecco le sue indispensabili, quelle che usa davvero tanto da diventarne addicted:

Adobe Reader
«Indispensabile per leggere i copioni sul device, mentre sono in giro» .
AroundMe
«Un ristorante, una farmacia, una parcheggio… Non importa dove sono, quello che cerco me lo trova AroundMe».
Fandango Movies – Times & Tickets
«Ecco il tool che sceglie cosa guardo la sera al cinema. Sì, è lui a individuare le sale in zona, fornire i dettagli delle pellicole in proiezione, mostrare i trailer e acquistare i biglietti dall’iPhone».
Freckleface Strawberry Monster Maker
«Per forza: è l’applicazione derivata dalla mia fortunata esperienza di scrittrice di libri per bambini».
NOOK
«Ho smesso di viaggiare con pile e pile di libri, da quando ho scoperto questa grande biblioteca digitale a misura di device».
NYTimes Real Estate
«E va bene, sono una fanatica di immobili. Da guardare, da valutare. NYTimes Real Estate mi permette di cercare le proprietà e le case aperte in qualsiasi angolo della Grande Mela» .
Pandora Radio
«Non ascolterei mai musica, se non fosse per quest’app» .

[Credito foto: Getty Images/Pascal Le Segretain/Staff]

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